Conoscere, ricordare, pensare: riflessioni sulla giornata della memoria

Il 27 gennaio ricorre la Giornata della Memoria voluta dall’assemblea delle Nazioni Unite, che ha scelto come data simbolica per ricordare le atrocità della Shoah proprio il giorno in cui l’Armata Rossa ha liberato il campo di sterminio di Auschwitz in Polonia, il 27 gennaio 1945. È una data rappresentativa che invita a commemorare, a ricordare, a vincere l’indifferenza verso quanto è tragicamente accaduto a causa del delirio del potere umano.

I campi di sterminio, di lavoro e di smistamento sono il simbolo, tragico, delle efferatezze avvenute nel mondo fra la fine degli anni trenta e la prima metà degli anni quaranta del secolo scorso. Se la giornata della memoria è un’occasione unica e importante, va altresì sottolineato che, non solo in questo momento ma ogni giorno è necessario “fare memoria” affinché gli oltre sessanta milioni di morti del secondo conflitto mondiale, non cessino quanto meno di insegnare, di ergersi come monito per il tempo presente che non è certamente libero da barbarie, guerre e devastazioni di ogni genere. È importante che quanto accaduto non precipiti nell’oblio, ma venga trasmesso alle generazioni presenti e future, poiché la libertà e la pace non sono mai garantite una volta per sempre ma vanno custodite e tutelate giorno per giorno.

In questa fase in cui stanno, inesorabilmente, venendo a mancare i testimoni diretti di quegli eventi, la memoria, che pure da sola non è garanzia di libertà, è certamente condizione necessaria, monito indispensabile. Ricordare è una necessità, un imperativo etico, una responsabilità che la storia ci ha affidato. Per ricordare è però necessario conoscere e anche questo non è affatto scontato in un tempo, il nostro, che marginalizza e bistratta, ignobilmente, la storia. Scriveva Elie Wiesel, ebreo sopravvissuto ad Auschwitz e instancabile testimone: “coloro che non conoscono affatto la storia si espongono a che ricominci di nuovo”.

L’urgenza, che si rinnova di fronte alle molteplici manifestazioni di negazionismo storico e ai beceri e preoccupanti tentativi di riproporre pensieri antisemiti e razziali disseminati nel cuore dell’evoluto (?) occidente, è quella di conoscere e cercare di comprendere, il che non significa certo giustificare, quanto è accaduto, penetrando le aberrazioni umane, che sono poi quelle nefaste manifestazioni delle quali ogni singolo individuo è possibile attore.

La tremenda lezione che ereditiamo dai tragici eventi del secolo scorso è lì a sottolineare, una volta di più, che ognuno di noi ha in sé la libertà e la possibilità di scegliere se compiere il bene o il male. Ciascuno di noi può decidere che cosa fare di se stesso, che cosa essere il momento successivo. Molto dipende non solo dalla conoscenza della storia ma soprattutto dall’esercizio del pensiero autonomo. Non è forse questo che intendeva dire Hannah Arendt, pensatrice politica di origine ebraica, scrivendo che: “la manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza: è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto. Il che, forse, nei vari momenti in cui ogni posta è in gioco, è realmente in grado di impedire le catastrofi, almeno per il proprio sè”. L’esercizio interiore del pensiero, l’interminabile dialogo fra sé e sé, che proviene dalla nobile tradizione filosofica occidentale che fa capo a Socrate e Platone, è ciò che, secondo Arendt, è stato messo letteralmente in standby da moltissimi esseri umani i quali, rinunciando a pensare sono diventati i sudditi ideali dei grandi regimi totalitari – nazifascismo e comunismo su tutti – che hanno insanguinato il secolo scorso.

L’importante occasione della giornata della memoria, dedicata al necessario ricordo delle tragico evento della Shoah, non si riduca a quest’ultimo ma sia stimolo per abbracciare tutte le tragedie a cui l’essere umano ha condannato e, nostro malgrado, continua a condannare l’altro da sé, in un orizzonte che non sia fine a se stesso ma sia funzionale ad una trasformazione di prospettiva interiore, ad un interminabile cammino di crescita umana, ad un cambiamento etico. In questo senso un’importante stimolo di riflessione proviene dalle illuminanti e profonde parole di Etty Hillesum – giovane ebrea morta ad Auschwitz nel 1943 – che in una delle sue lettere scrisse: “Dai campi dovranno irraggiarsi nuovi pensieri; nuove conoscenze dovranno portar chiarezza oltre i recinti di filo spinato”.

Articolo pubblicato in data 28 gennaio 2021 sul settimanale L’Azione.

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