Le poche cose che contano: la lezione del Covid-19

Il tempo presente – da oltre un anno a questa parte segnato dalla pandemia da Covid-19 – è caratterizzato da un serie di privazioni resesi necessarie per limitare la diffusione dei contagi, il diffondersi della malattia e l’aumento delle morti. Un periodo lungo e faticoso che, seppur in maniera irriducibilmente diversa nei singoli casi, ci sta sottoponendo ad un’importante prova di resistenza psicologica e spirituale. Malattia, morte, limitazioni, perdita di posti di lavoro, crisi economica, incertezza diffusa, angoscia e disperazione sono i colori che dipingono il dolente sfondo della tela dell’attuale realtà. Seppure – come sostengono i virologi – ci troviamo all’ultimo miglio di buio, vi sono ancora molti sacrifici da fare per limitare i danni della pandemia, mentre molte altre conseguenze a livello psicologico e sociale, finora presenti in maniera latente, sono prossime alla loro completa manifestazione.

In un orizzonte così complesso e difficile è possibile intravedere un’opportunità di conforto esistenziale nella misura in cui, soffermandoci su ciò che più ci manca, ci rendiamo conto che quanto fa la differenza è ciò che nella vita vi è di più essenziale. Riflettendo su questo lungo e faticoso anno che abbiamo trascorso, emergono in maniera evidente, nelle vite di ciascuno di noi, le cose che più ci sono mancate e ci mancano. In questo senso, una delle lezioni più importanti che ereditiamo dal temibile magistero del virus è propriamente quella di poter riportare l’attenzione alle “poche cose che contano”, così come le definisce il cantautore Simone Cristicchi nell’omonima canzone.

La dolorosa esperienza del virus ci conduce a riscoprire alcuni importanti valori. Primi fra tutti il valore della vita e della salute. Oltre a questi l’esperienza pandemica ci sta insegnando a rivalutare l’importanza della responsabilità individuale e collettiva, negli ultimi decenni trascurata in favore di una libertà egoistica senza limiti e confini. Allo stesso modo in questo periodo è ricomparsa con maggior intensità la forza della solidarietà: catena umana del bene reciproco, occasione, spesso vitale, per farsi prossimi pur nella distanza. Inoltre, la lontananza forzata dai propri affetti più cari ci ha portati a riscoprire quanto, nell’ordinarietà della vita, spesso davamo per scontato. La presenza di un famigliare, il confronto con un’amica o un amico, la possibilità di aggregazioni famigliari, culturali e sociali. Aspetti essenziali che, precedentemente, finivano spesso sotto l’ombra della lamentela di coloro che mai sono contenti e soddisfatti, poiché incapaci di cogliere l’essenziale nascosto tra le righe delle poche cose che contano.

Il virus ci ha fermati creando una cesura nell’ordinarietà delle nostre esistenze. Uno stop forzato, faticoso, doloroso, con moltissime conseguenze negative sotto molteplici punti di vista ma forse con la possibilità di tornare ad assaporare la vita nella sua misteriosa profondità, nelle sue manifestazioni e nelle opportunità di senso che sempre offre. La vita precedente il virus era un’esistenza piena di cose da fare, piena di impegni, apparentemente, indifferibili. Giornate intense che iniziavano all’alba e finivano all’imbrunire senza la minima consapevolezza dello scorrere del tempo, inconsapevoli che quei giorni e quelle ore non sarebbero mai più tornati. Il virus ci ha costretti ad un’improvvisa e traumatica battuta d’arresto che ha sovvertito lo svolgersi delle nostre vite obbligandoci a fare i conti con la nostra impotenza, con la nostra connaturata fragilità, elementi impossibili da aggirare. Il virus ci ha tolto tanto, soprattutto in termini di vite umane, ma a livello esistenziale non potrà avere l’ultima parola se sapremo attraversare il dolore e la fatica che porta con sé cogliendo oltre alla sofferenza anche gli spiragli di luce che sempre si possono intravedere. Per questo è fondamentale tornare a orientare lo sguardo all’essenziale, precedentemente oscurato dal superfluo, dalla superficialità e dal mito ipermoderno della velocità.

In questa direzione il virus può aiutarci a recuperare un nuovo senso della vita, una nuova modalità di stare al mondo. Come abbiamo evidenziato, la pandemia può facilitarci nel discernere le cose che sono davvero importanti da quelle che non lo sono. È questa la via per riuscire a trasformare le ferite che il virus porta con sé in feritoie attraverso le quali far passare la luce di una nuova consapevolezza, di una rinnovata postura esistenziale. Il virus può indicare la via per liberarci dai pesi che quotidianamente ci autoimponiamo rincorrendo piacere, fama, successo, prestigio, potere, dimenticando che ciò di cui abbiamo davvero bisogno, ciò che rende la vita generativa e degna di essere vissuta è la possibilità di amare attraverso i più semplici gesti di riconoscimento reciproco, tornando ad assaporare “le poche cose che contano”.

Articolo pubblicato in data 7 maggio 2021 sul settimanale L’Azione.

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