Un nuovo sguardo sul passato

La riflessione sul passare del tempo non è comune a tutti, presi come siamo dalla vorticosa frenesia che divora la nostra quotidianità e dalle diverse sensibilità che ci distinguono. Già Dante lo aveva evidenziato laconicamente nel IV canto del Purgatorio scrivendo: “vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede”. Le motivazioni per cui questo accade sono diverse: caratteristiche personali, dolori, passioni, incedere delle numerose scadenze. Nondimeno lo sguardo viene distolto dallo scorrere del tempo anche perché la riflessione sulla fugacità dell’esistenza si accompagna sovente ad uno sguardo sulla propria vita da cui facilmente emergono stati di angoscia esistenziale che, per difesa, si preferisce allontanare. Tuttavia, ascoltando le persone nel contesto della relazione professionale d’aiuto, non è raro sentir emergere riflessioni sulla transitorietà dell’esistenza e conseguentemente sul senso della propria vita. Invero, le considerazioni su questo tema sono profondamente umane, tipiche di chi si ascolta e guarda con coraggio se stesso e la propria condizione.

Riflettere sul passare del tempo implica sostare e osservare il film della propria esistenza sin lì vissuta. Una pellicola che scorre a velocità sostenuta: ricordi, emozioni, incontri, sofferenze, gioie. Vissuti interiori declinati secondo l’unico ed irripetibile cammino di ognuno. D’improvviso però, lo sguardo si fa triste. La malinconia inizia a prendere il sopravvento sulle altre emozioni e un velo d’angoscia ci inonda. Tale sentimento non è dettato solamente dal sovvenir alla mente di scene e ricordi negativi o sofferenze. Il più delle volte è dovuto alla percezione nostalgica che quanto abbiamo vissuto sia svanito nel nulla, in una dimensione non più raggiungibile se non attraverso qualche sbiadito ricordo.

Se da un lato questa risonanza emotiva è assolutamente umana e necessaria per comprendere che la brevità della vita è il monito più importante per assaporare ogni istante con piena presenza psicologica e spirituale, dall’altro è possibile integrare lo sguardo sul passato con una prospettiva capace di considerare lo scorrere del tempo come una preziosa risorsa esistenziale.

Per operare questa rivoluzione spirituale ci viene in aiuto lo psichiatra e filosofo viennese Viktor Emil Frankl. Egli sostiene, quasi paradossalmente, che se il futuro non esiste perché non ancora accaduto, il passato è ciò che davvero esiste, la vera realtà. Invero, ciò che è passato rimane immutabile e non è possibile modificarlo. Se, per Frankl, l’uomo è un essere proiettato verso il futuro, è altrettanto vero che egli non può trasformare il proprio passato. Ciò che è stato è fissato per l’eternità. Quanto è avvenuto si è consolidato nel passato e in esso è conservato. Per questo l’autore afferma che: “esser stati è la ‘più sicura’ forma dell’essere, la realtà che ha trovato salvezza nel suo essere-passata”. Ecco che, ogni possibilità usufruita, ogni esperienza, ogni valore realizzato, ogni persona amata nella propria vita, escono dalla cerchia della transitorietà e divengono eternità. Frankl ritiene che ciò che viene serbato nel passato resta tale, indipendentemente dalla memoria dei singoli, perché il passato diventa parte dell’essere.

Tale prospettiva è maturata in Frankl proprio durante l’internamento nei lager nazisti. In questo periodo di reclusione, com’è intuibile, la sensazione di essere stati cancellati come persone, di aver perso la propria dignità e il proprio passato erano sensazioni costanti. A questo si aggiungeva la paura angosciante di aver vissuto invano la vita precedente all’internamento. Frankl racconta di come tentò di rassicurare, in merito, i propri compagni di baracca aiutandoli a capovolgere positivamente la propria prospettiva. Scrive: “parlai anche del passato, di tutte le sue gioie e della luce che esso emanava, pur nell’oscurità dei nostri giorni. Ciò che abbiamo realizzato nella pienezza della nostra vita passata, nella sua ricchezza d’esperienza, questa ricchezza interiore, nessuno può sottrarcela”.

Quanto abbiamo fatto, pensato, sofferto e amato rimane per l’eternità. L’individuo attraverso il proprio passato si unisce con l’eternità dell’essere, diviene eterno. Il pensiero frankliano può essere un’intensa luce alternativa alla nostra, spesso angosciata, visione della transitorietà dell’esistenza. Pensiamo in particolare a come questo cambio di sguardo può essere una risorsa quando si affronta l’indicibile dolore per la perdita di una persona amata. Come scrive Rilke in un verso della Nona Elegia duinese: “questo essere stati una volta, anche se una volta soltanto: essere stati terreni, sembra non revocabile”.

 

Articolo pubblicato sul settimanale L’Azione in data 30 dicembre 2025.

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