Il grido della scuola: dopo la provocazione dello studente di Enna

È rimbalzata su tutte le cronache nazionali l’iniziativa di Francesco diciannovenne di Enna che, il giorno della prima prova scritta degli esami di maturità, si è presentato presso il liceo che frequenta con una t-shirt con su scritto “la scuola italiana fa schifo”. Il fatto ha aperto il dibattito pubblico e da più parti si sono susseguiti commenti e opinioni. Certamente un gesto coraggioso, provocatorio, graffiante e appassionato come si addice alla personalità di un adolescente. Un grido che va ascoltato perché segnala il disagio di un’intera generazione intrappolata in un sistema scolastico fragile e carico di molteplici criticità che si trascinano da lungo tempo e alle quali mai si è tentato di porre rimedio con competenza, efficacia e lungimiranza.

La maglietta indossata da Francesco è un simbolo che in quanto tale rimanda a qualcosa di più grande, più complesso, più profondo. Un segno che intende richiamare l’attenzione sulla realtà della scuola italiana. Un’istituzione che pur non essendo, statisticamente, una delle peggiori in Europa non gode certamente di buona salute. Di fatto, quella che dovrebbe essere una delle istituzioni portanti del presente e del futuro del paese è una delle più bistrattate e marginalizzate. Lo stato di malessere in cui versa non è certamente una patologia recente. La scuola è piuttosto un malato cronico che si trascina a fatica nel presente e con poche certezze per il futuro. Venti, forse trent’anni, nei quali il paziente che più di tutti dovrebbe essere stato accudito e curato è stato invece completamente dimenticato e fiaccato da riforme esito di incompetenza e assenza di lungimiranza. Sicché, il messaggio emergente è quello di una scuola che nel paese conta sempre meno e riscontra sempre minor interesse da parte delle altre istituzioni e dell’opinione pubblica.

Ne sono un esempio gli edifici scolastici molto spesso vetusti e fatiscenti. Proprio l’istituzione che dovrebbe generare cercatori di bellezza si presenta con delle caratteristiche fisiche molto lontane da questo canone. Altro indicatore della sofferenza di questo grande malato sono gli insegnanti – un tempo professione ampiamente riconosciuta e rispettata – umiliati per la mancanza di un percorso di inserimento lineare e meritocratico e frustrati per remunerazioni inadeguate agli oneri di lavoro. Una professione, tra le più difficili come aveva fatto notare Freud, che dovrebbe comprendere le ore di lezione, la preparazione delle stesse, lo studio, l’aggiornamento quando invece è oberata da una burocrazia opprimente che consuma tempo ed energie che andrebbero rivolte alla relazione educativa. Perché la scuola dovrebbe essere innanzitutto luogo privilegiato della relazione, senza la quale è impossibile qualsivoglia forma di apprendimento. Bambini e ragazzi hanno infatti bisogno di insegnanti ricchi di energie da orientare alla complessa arte di educare e non oppressi dall’incedere di scadenze burocratiche che niente hanno a che vedere con il nobile e complesso fine educativo che è quello di far emergere il talento, spesso celato, nell’unicità irripetibile di ciascun allievo.

È l’esito di un discorso sociale, politico e economico che misconosce il valore dell’educazione e della cultura e che conduce ad una cattiva gestione dell’intero apparato dell’istruzione. Un’istituzione che ha segnato la propria rovina già in tempi non sospetti e persevera il proprio declino a causa di riforme pasticciate e interventi più propagandistici che funzionali. In un simile contesto, nel quale gli insegnanti si trovano a lavorare sempre più spesso in un contesto precario e burocratizzato, gli studenti appaiono sempre più svogliati, demotivati e spenti. Diversamente, la scuola dovrebbe accendere le esistenze alla conoscenza di se stessi, alla conquista del sapere e alla ricerca della bellezza.

La scuola è dunque un corpo lacerato da lesioni profonde e decisamente preoccupanti. Viene così da chiedersi quale possa essere il suo destino. Nondimeno dobbiamo evidenziare, privi di ogni retorica, che dalla scuola passa il futuro del Paese poiché ragazzi e ragazze saranno uomini e donne che avranno a loro volta la responsabilità adulta di operare scelte individuali e collettive tese al bene comune, nella direzione dell’interesse, della crescita e della promozione umana. E questo risulta ancor più importante e decisivo di fronte ad uno scenario globale che richiede scelte coraggiose, competenti e ponderate affinché si possa pensare con fiducia all’avvenire del pianeta e quindi alla sopravvivenza dello stesso genere umano.

Non è forse questo il senso delle parole che Francesco ha voluto imprimere sulla propria t-shirt? Perché vengono archiviate come un semplice fatto di cronaca quando invece invocano un ascolto e una comprensione fondamentali per il nostro presente e il nostro futuro? Perché si indugia nel rispondere a questo appello?

 

Articolo pubblicato in data 30 giugno 2022 sul settimanale L’Azione.

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